di Luca Vecchia

IL MIO PRIMO TRIATHLON

 

Rimini – Dopo l’intera giornata di sabato e la notte tra sabato e domenica di diluvio universale, domenica mattina Giove pluvio ci concede una tregua e abbiamo la piacevole visione di qualche sprazzo di cielo in mezzo a tanti nuvoloni minacciosi.

Non c’è la pioggia ma c’è comunque vento. Tanto vento. E vento al mare significa spesso mare mosso. Il mare oggi è colore grigio scuro. Le onde alte. Altissime. Le boe (nere, ovviamente, perché farle gialle fosforescenti sarebbe stato troppo intelligente) appaiono e scompaiono.

Si parte scaglionati. Prima i top, alle 10 in punto, e dopo 10′ le mie 2 compagne di squadra Francesca “IronProf” Piacentini, che noi della VVA conosciamo bene e Georgeanne, una Texana tosta e forte.

Alle 10.15 tocca a un altro compagno, Michele -anche lui come me al suo primo triathlon- e, solo soletto alle 10.30 tocca a me. Visto il mare al traverso da nord si parte tutti a sinistra, in modo da scarrocciare lentamente verso la boa. Prima boa no problem. Il problema è la seconda. Gli allenamenti di nuoto si sentono eccome. Sono insieme al gruppo di testa. Puntiamo tutti verso un puntino scuro all’orizzonte. Peccato che fosse un motoscafo e non la boa, quindi, avendo compreso di essere praticamente arrivati sulle coste della Croazia, facciamo dietrofront e puntiamo direttamente alla terza boa, anzi al portale giallo fluorescente sulla spiaggia che è l’unica cosa visibile (a parte la cattedrale di Spalato!).

Esco dall’acqua gelida che ho completamente perso la sensibilità di mani e piedi e temo fortemente per una paresi facciale.

Arrivo alla bici. Con una calma frettolosa faccio tutte le operazioni si svestizione/vestizione, casco, occhiali, bici e via, di corsa verso l’uscita della prima transizione (T1). Dopo circa 600 metri di biciclette schierate, riesco a raggiungere la fine della transizione e posso finalmente montare in sella.

500 metri per riordinare le idee e mangiarsi un panino al miele e si comincia a pedalare forte.

Per 15km è tutta pianura o al massimo un leggero saliscendi nella splendida campagna del Montefeltro. Poi inizia la salita. Dura. Durissima (almeno per me che, come dicono i miei compagni di allenamento dell’IronTeam, in salita mi ci vuole l’ACI).

Arrivo in cima semi-cadavere, ma la cosa era messa in conto. Lì trovo Georgeanne in lacrime. Mi fermo credendo si fosse fatta male invece era solo triste per la rottura della bici. Svalico. Ora inizia la mia gara. Almeno così credevo. Mi butto in discesa come un proiettile. Ne supero uno, due, cinque e via così, poi, dopo soli 3 km di discesa a un tizio davanti a me parte via la borraccia che finisce sotto la mia ruota posteriore. Resto in piedi per miracolo ma si rompe un raggio. Raggio rotto= gara finita. Ogni ciclista conosce questa regola. Però la sfiga evidentemente non mi conosce bene e non sa che la tigna e la determinazione di un Virtuoso ad arrivare a prendere la medaglia sono più forti di un semplice pezzetto di ferro. Mi fermo a bordo strada smoccolando tutti i santi dall’Epifania a santo Stefano. Provo a spezzare il raggio piegandolo più volte ma niente da fare. …mmm…mumble mumble…che fare? I minuti passano e gli altri corridori pure. O ci si ritira oppure si trova una soluzione….

Trovata! Mi ricordo di una piccola striscetta di scotch carta utilizzato per fissare il panino alla canna, forse forse… Lo recupero dai rifiuti messi nella tasca posteriore del body e riesco a utilizzarlo per fissare il raggio rotto su un raggio sano. È poco ortodosso ma sembra funzionare. I primi km a bassissima velocità nonostante sia discesa per vedere se i nodi di carta tengono (non oso pensare alle conseguenze dell’alternativa 😱). Sembrano tenere. Prendo fiducia e con altrettanta incoscienza aumento l’andatura. Non è quella che avrei voluto ma almeno riesco a superare i 35km/h in discesa. La ruota posteriore ondeggia parecchio e la tenuta di strada sulle curve è assai precaria. Mettersi in posizione sulle prolunghe aumenta notevolmente lo “sculettamento” ma me ne frego e proseguo così fino alla fine. Sul lungomare tanto vento contrario ma sono solo 10 km quindi si spinge a testa bassa e amen.

Arrivo alla T2 e mollo come un fulmine la bici. Altrettanto velocemente metto le scarpe da corsa e parto per la terza frazione. Dopo la bici, come sempre, si tende ad andare forte. Troppo forte. Mi concentro sul Garmin e mi metto al passo di 5′ a km. La corsa è strana. Diversa dalle corse a cui sono abituato. Qui si deve percorrere  per 4 volte di poco più di 5km. Sul percorso, causa anche le partenze separate, non si capisce niente. Una marea di persone. Superi e vieni superato continuamente senza sapere chi incontri a quale giro sia.

Incrocio Michele che va come un treno (come sempre) e la Prof. che, subito dopo di me, tiene il mio stesso passo. Scientifica. Regolarissima. Rocciosa.

Le sensazioni sulla corsa sono ottime. Procedo regolare fino alla fine senza problemi o crampi. Incito la Prof ogni volta che ci incrociamo.

Arrivo. Sorrisi, foto di rito; e alla fine anche questa medaglia – tamarra e lucente come piace a me- la porto a casa!

 

Forza Virtus! Jamme ja!

 



 



1 comment

  • Antonio

    Non c’erano dubbi. Sei un grande. Un abbraccio

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